| Sull' opera d' arte musicale ed altre scienze |
| Written by Luigi Negretti Lanner |
| Sunday, 11 May 2008 20:20 |
Sull' opera d' arte musicale ed altre scienze Luigi Negretti Lanner L'analisi scientifica dell' opera musicale Succede, talvolta, di ascoltare o di leggere opinioni riguardanti l'analisi scientifica dell'opera musicale. Nell'imbattersi in simili teorizzazioni non si puo' fare a meno di cogliere l'inconcludenza di quelle posizioni che in forza esclusiva di queste analisi (che siano esse riconducibili alla matematica, alla fisica, alla psicoacustica o quant'altro), pretendano di occupare un posto di qualche rilievo nell'ambito della critica del pensiero musicale, e quindi dell'opera d'arte musicale. Possiamo individuare due principali ambiti di studio dei fenomeni legati all'opera musicale a cui solitamente tali posizioni critiche fanno riferimento: quello relativo alle discipline di ricerca orientate all'analisi delle nostre reazioni fisiologiche all'atto dell'ascolto della musica, e quello relativo all'analisi delle strutture formali dell'opera stessa. In merito a quelle proposte di critica del pensiero musicale che si poggino sullo sperimentalismo orientato ad individuare e a descrivere le reazioni fisiologiche del cervello durante l'ascolto della musica, potremmo cominciare facendo alcune considerazioni sulla reale natura dell'oggetto principale della loro riflessione. Per quanto l'opera d'arte musicale trovi necessariamente le proprie collocazioni nel mondo dei fenomeni fisici (quello che K. Popper chiama il “mondo uno”), come qualsiasi altro oggetto di origine ideale socialmente condivisibile, non si può ragionevolmente affermare che si esaurisca in esso. M. Heidegger, in Origine dell'opera d'arte scriveva: “I quartetti di Beethoven giacciono nei depositi della casa editrice come le patate in cantina”. Al di là della funzione di questa affermazione nel contesto specifico e complessivo dello scritto Heideggeriano, di cui non abbiamo la pretesa di occuparci in questa sede, essa può tuttavia servire a richiamare la nostra attenzione sulla non esaustività del connotato fisico dell'opera in merito alla sua valutazione, e sulla conseguente inopportunità di assumere questo come suo aspetto risolutivo. Abbiamo ora accennato alla fisicità dell'opera, al suo aspetto materiale. L'oggetto fisico a cui facciamo riferimento pensando alla musica è la forma (acustica) assunta dall'opera musicale nel momento del suo accadimento fisico, nel suo dispiegarsi sonoro. Per quanto esso possa non venire comunemente percepito come un oggetto alla pari di un quadro o di una statua, e per quanto vi siano sostanziali differenze tra questi diversi ambiti di espressione dell'arte, e nella loro origine fenomenica, è necessario, ancorché banale, intendere la comune appartenenza della loro materialità al mondo dei fenomeni fisici (la pittura è nel colore, la musica è nel suono). Ma questa appartenenza dell'opera (anche) al mondo degli oggetti materiali, al pari di una pietra o di una sedia, non deve però trarci in inganno. Questo essere comuni ad uno stesso mondo, di fenomeni così ben distinti, evidenzia infatti la necessità di riconoscere la loro differente origine, la loro provenienza. La pietra appartiene al mondo degli oggetti materiali (noi la descriviamo ma ci sarebbe anche senza di noi), la sedia al mondo degli oggetti ideali modellati in base ad una destinazione d'uso (una sedia si fa col legno, o con altri materiali esistenti, non ha senso se non ha materialità, serve a sedersi, cosa che si può fare anche su una pietra), l'opera d'arte musicale è un progetto della mente, privo di destinazione d'uso, che a differenza della sedia non esige alcun tipo di materiale nel suo processo di formazione, al di là di quello comunemente correlato ad ogni forma dello scrivere, come carta e penna o un computer. L'opera musicale non viene costruita “con il suono”, ma lo ipotizza attraverso la descrizione dei segni musicali in partitura. Voler esaurire l'opera d'arte musicale nel suono prodotto dall'esecuzione della partitura, e nelle nostre reazioni alla percezione sensibile di essa (incluso il rilascio delle endorfine, notizia di cui si beano le anime più belle), è il risultato di un' analisi inadeguata, condotta su un oggetto esso stesso inadeguato. Altrettanto fuorvianti, e altrettanto inadeguate, per orientarci nell'ambito del pensiero musicale, appaiono quelle analisi incentrate su teorie riconducibili alla statistica, alla matematica, all'insiemistica, eccetera. La debolezza delle posizioni critiche basate su tali teorizzazioni, si pone in tutta la sua evidenza nel riduzionismo in cui esse immancabilmente incorrono nella necessità di rappresentare l'opera in relazione a paradigmi compositivo-musicali o più in generale formali. Il concetto di “modello formale” è forse quello che maggiormente si presta all'equivoco. Nello stesso studio della composizione musicale, l'apprendimento di alcuni modelli formali ha una certa importanza. Forma-Sonata, Fuga, Rondò, Romanza senza parole, Scherzo, per indicare alcuni esempi tra i più noti della tradizione musicale colta occidentale, sono tutti modelli formali a cui fare riferimento nello studio della composizione musicale e nel suo insegnamento. Tuttavia, è indispensabile comprendere la sostanziale differenza tra lo studio di tali modelli nel contesto dell'apprendistato compositivo, e l'osservazione di essi come dato puramente teorico e finito. Durante la fase di formazione del compositore, lo studio teorico-analitico dei modelli formali deve essere accompagnato infatti dalla reale pratica compositiva, e in essa, ancor più necessariamente, dalla formazione intellettuale, critica, del pensiero compositivo. In assenza di ciò, i modelli e le relative regole di costruzione attraverso le quali apprendere la realizzazione delle varie forme musicali, risulterebbero un insieme insignificante, pedante e inutile, di regolette da seguire e da eseguire, con conseguenze disastrose sullo sviluppo delle potenzialità dello studente. Non comprendere queste differenze è la dimostrazione lampante della propria estraneità nei confronti della materia stessa della nostra riflessione. Giustapporre, nel campo dell'analisi al di fuori dell'apprendistato compositivo, all'opera e alle sue forme teorie scientifiche o modelli, rientra nello stesso tipo di equivoco, seppure ancor maggiormente pronunciato. Senza occuparci dell'eventuale valore scientifico di tali proposizioni, in merito alla relazione tra queste e i propri ambiti di ricerca, occorre dunque avere ben chiara la loro insufficienza, ove si voglia condurre esclusivamente tramite di esse una riflessione attendibile nel campo della critica del pensiero musicale.
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