L'ipertrofia scientista-psicoacustica

Luigi Negretti Lanner

Premettendo una grande considerazione nei confronti del Maestro Ivan Fedele, di cui ammiro da tempo lo spessore compositivo, mi permetto di annotare, a mo' di commentario, qualche parola in merito all'incontro di cui egli e' stato ieri protagonista durante la prima giornata dell'EMU FESTIVAL 2013, e nel contesto degli "Incontri con il compositore" che del Festival è parte integrante. Non essendo un bravo cronista mi limitero' a tracciare sbrigativamente i contorni entro i quali l'incontro si e' svolto, per poi venire "al nocciolo" della questione.

Ieri, venti ottobre 2013, nella "Sala dei Medaglioni" del Conservatorio S. Cecilia vi e' dunque stato questo "faccia a faccia" tra il compositore ed il pubblico, con il Maestro Giorgio Nottoli nelle veci dell'ospite-intervistatore e il Maestro Ivan Fedele come compositore ospite. Il nodo centrale del breve incontro era la presentazione del brano per pianoforte ed elettronica (non ne ricordo il titolo) del Maestro Fedele, ma naturalmente si sono toccati un certo numero di argomenti relativi alla composizione musicale in genere. Cio' che particolarmente mi ha colpito e' stata quella parte del dibattito che ha toccato, seppur brevemente, l'argomento della psico-acustica.

Non ho ben compreso se il Maestro Fedele, quasi per dovere di cortesia nei confronti di ambienti in buona parte dediti al solipsismo percettivo di tutto cio' che in sè stesso e di sè stesso "macchina", abbia voluto tributare una certa benevolenza alla psico-acustica, quale valido strumento di analisi di come il "pubblico" percepisce l'opera al momento del suo ascolto, ma, in definitiva anch'egli si è espresso, o perlomeno a me così è sembrato, in un certo senso "favorevolmente" verso l'uso di questa nuova "scienza", nel campo proprio dell'arte stessa. Il nocciolo della questione è che tramite lo studio della psico-acustica, ovverosia tramite lo studio delle reazioni fisiologiche e quindi psicologiche della mente umana all'ascolto di un'opera, perfettamente analizzate secondo moderni criteri scientifici, si possa osservare, come dato oggettivo e "finale", il cosa, il come, e magari anche il perché, di ciò che viene percepito dell'opera stessa da parte dell' ascoltatore.

Tutto ciò, e ovviamente questo non dovrebbe sfuggire ad un'analisi minimamente attenta, esige un presupposto "terzo", che convalidi tale metodo di analisi, ossia l'accettare come dato incontrovertibile che nelle reazioni biochimiche di quelle parti del cervello che vengono coinvolte nell'ascolto, al di la' di come poi esse vengano filtrate, riorganizzate e ricollocate nel complesso e nella complessità dei fattori culturali che entrano in gioco nell'ambito dell'esperienza nell'arte, vi sia un "consolatorio" valore di verità scientifica. In realtà questo è esattamente il tranello per mezzo del quale il compositore "colto" contemporaneo. che alienato dall'ipertrofia scientista dei tempi in cui egli esiste accetti tale visione, cadrà fatalmente vittima della mediocrita' della scienza quale strumento atto all'arte, questione ovviamente fuori luogo, a meno che la scienza, ed in essa la tecnologia, non sia essa stessa piegata ed usata "ad arte", come nel caso esemplare di Yannis Xenakis. Ma in fondo basterebbe andare con la memoria ai "tipi di ascoltatore" analizzati da Adorno, per gettare uno sguardo sulla complessità del rapporto tra opera d'arte ed individuo, anche "solo" da un punto di vista sociologico...